venerdì 13 ottobre 2017

La Forza della Mente

I segnali della vittima.

Il silenzio del bullismo può portare a gravi conseguenze

di Marica Malagutti



Ricordiamo il ragazzino riminese di 10 anni frequentante il centro estivo vittima di insulti, botte e brutti scherzi? Aleggiava il silenzio fino a quando il suo occhio nero ha parlato chiaro.

Ricordiamo anche la tredicenne di Valmarecchia sempre nel riminese, suicida a causa di quello che viene chiamato bullismo?

Sul web si possono trovare purtroppo molte storie agghiaccianti di sofferenza sommersa per troppo tempo e poi tutto d’un tratto fare notizia con eventi tragici che ci colpiscono, sia per per la giovane età delle vittime, sia per il fatto che nessuno se ne accorge al momento giusto.

Ma come questo può accadere?

Per cominciare, iniziamo a comprendere cosa significa la parola “Bullismo”, termine purtroppo tanto di moda che corrisponde ad un fenomeno riconosciuto spesso troppo tardi.

I”Bullismo” prende origine dall’ olandese “boel” che significa fratello. Tale termine nel mondo anglosassone si trasforma nella parola “bully” inteso come “tesoro rivolto a persona”. Quindi in un primo momento il bullo era il “bravo ragazzo” e solo in seguito si arriva all’idea di prepotente e di molestatore. Le caratteristiche di chi agisce il bullismo sono la giovinezza e la volontà di bersagliare le vittime ritenute incapaci di difendersi.

Il bullo nasconde la propria vigliaccheria con un’apparente forza circondandosi di alleati che collaborano alle azioni intenzionali e ripetute di violenza fisica e/o psicologica. Tali comportamenti possono andare da maldicenze a svalutazioni della persona, umiliazioni fisiche e psicologiche, esclusione dal gruppo fino ad arrivare a violenze fisiche e sessuali senza esclusione di una vera e propria istigazione al suicidio.

La vittima può essere scelta per diversi motivi come la timidezza, il non appartenere a quel gruppo, come uno straniero, oppure anche dal semplice fatto di essere un bravo studente o sportivo. Chi viene prescelto, in un primo momento è circuito, indebolito, isolato e solo quando diventa debole, viene reso vittima. È un processo lento e silente, per questo occorre un’attenzione particolare sia da parte dei genitori che dagli insegnanti. Non solo le famiglie delle vittime devono osservare e aiutare i propri figli, ma anche quelle dei così detti bulli, in quanto anche questi ragazzi necessitano di sostegno e si potrebbe evitare così che agiscano in modo violento verso i propri compagni.

Mentre i bulli, se non vengono scoperti in azioni perseguibili legalmente, la passano liscia, le conseguenze in chi subisce questo tipo di violenza possono esser molto gravi. A livello psicologico la vittima si convince piano piano che il bullo ha ragione nel trattarla in malo modo e proprio per questo non si confida con nessuno. Pensa che tutti gli altri siano migliori e ha la sensazione di essere giudicata.

A breve termine la vittima può accusare mal di stomaco, mal di testa, disturbi del sonno, incubi, ansia, problemi di concentrazione e quindi scolastici. Ci può essere, riluttanza ad andare a scuola o in ambienti ricreativi o sportivi. A lungo termine possono insorgere comportamenti autolesivi, disturbi del comportamento alimentare, uso di sostanze, depressione fino ad arrivare a ideazione e attuazione di suicidio.

A livello sociale e culturale stanno nascendo tante iniziative atte a combattere questo fenomeno purtroppo ancora molto forte e preoccupante. Di notevole spessore è la famosa serie TV Tredici che racconta come finisce la vita di una giovane studentessa. Gli episodi sono scanditi dal susseguirsi di audiocassette registrate dalla protagonista in cui vengono raccolti tutti gli elementi di come una ragazza bella e intelligente diventa oggetto di bullismo, di come lei si sente e di come i suoi compagni di scuola la maltrattano o non riescono fare nulla perché il peggio possa accadere.

Neppure la famiglia o chi si innamora di lei riesce a riconoscere e fermare quel dolore che la uccide. Senza entrare nei particolari per chi volesse guardare questa serie tv, è bene sottolineare che anche in presenza di strumenti e affetti che abbiano il potere di evitare il peggio, non vi sia stata via di uscita, in quanto di solito il bullo con uno o più alleati agisce su chi percepisce debole e solo. Gli altri compagni non intervengono rimanendo neutri e lasciando quindi, in silenzio, spazio all’azione violenta.

La giovane protagonista infatti non percepisce il gruppo dei compagni, non registra una audiocassetta per tutti, ma una per ogni persona che non ha fatto nulla per lei.

Stiamo vicini quindi ai nostri giovani non sottovalutando alcun segnale, anche se ci sembra insignificante, senza tuttavia essere invadenti, altrimenti perderemo ogni canale di comunicazione.


La Forza della Mente

«Blue whale» l’horror che diventa realtà

di Marica Malagutti



È possibile che una persona nell’ombra, nascosta dietro il suo monitor porti giovani vite al suicidio muovendo le fila di un gioco horror che diventa realtà?

Sembrerebbe proprio così.

Arriva infatti dalla Russia anche in Italia il gioco online Blue Whale di cui ha parlato in modo approfondito la stampa, ma anche e soprattutto il noto programma televisivo “Le Iene”.

E non pensate che anche la nostra regione ne sia immune, pare infatti che in un comune dell’Alto Adige, alcuni casi di suicidio, possano essere riconducibili a questo folle gioco che fino ad ora ha portato ad oltre 200 morti per suicidio accertate dal 2013 ad oggi.

La chiave del gioco è far sentire apprezzati e importanti adolescenti depressi e confusi, che trovavano nelle sfide un senso di gratificazione, seppur perverso. “Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo” ha commentato lo studente, che in carcere continua a ricevere lettere d’amore dalle ragazzine adescate su VK. “Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore,comprensione, importanza”.

Il rischio di emulazione è altissimo, avvertono gli psicologi e visto il contagio virtuale, nessuno Paese può considerarsi immune dal Blue Whale.

Interessante è porre attenzione sul nome di questo gioco che coincide con quello di un animale, ovvero la balena blu, un cetaceo, il più grande sulla terra che, se si smarrisce da solo o in gruppo, si arrena sulla spiaggia e muore, proprio come i ragazzi smarriti, che entrano in contatto con il così detto curatore.

Questa persona, per far breccia sugli adolescenti, utilizza meccanismi frequenti e molto potenti in questo periodo della vita: il patto del silenzio, la sfida e la confusione tra il bene e il male.

49 comandi prima del suicidio. La cinquantesima regola infatti è: “Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita”. Accostare l’immagine della morte con quella del poter prendersi la propria vita è un’azione tremenda o meglio malefica e il curatore certo non la mette nè all’inizio, ma neanche a metà del percorso.

Vi deve essere un allenamento che inizia graduale anche se in modo forte. La prima regola comanda già un’incisione, un atto di coraggio, un patto di sangue: “Incidetevi sulla mano con il rasoio “f57″ e inviate una foto al curatore”. Vi è quindi una verifica, un controllo che il tutore ha sulla propria “preda” reclutata con estrema facilità con un semplice computer o telefonino.

Nell’elenco mortifero vi sono inoltre comandi come quello di alzarsi presto, alle 4, 20, forse perchè la volontà ha un confine più labile con il mondo onirico, quindi vedere film horror è più incisivo come anche salire in alto in cima ad un palazzo può risultare meno difficile.

La regola di vedere film dell’orrore o ascoltare musica inviata dal curatore viene attuata anche di giorno. E in questo frangente, chi vive con il ragazzo o ragazza che gioca a Blue whale, ha l’opportunità di accorgersene come anche quando viene ordinato di non parlare con nessuno per tutto il giorno.

I genitori se stanchi o hanno il sonno profondo possono invece non sentire quello che fa il proprio figlio di notte quando si alza ed esegue ciò che gli viene comandato.

Ma ecco altre regole che all’apparenza sono meno brutali delle altre, ma servono invece come potente rafforzatore dei comandi già inviati e di quelli ancora da elargire. Si tratta delle regole n. 21 e 25 in cui si deve comunicare per skype con un altro giocatore e di avere un incontro con un’altra “balena“. Anche in questo caso il curatore fa breccia su meccanismi mentali giovanili: la creazione di gruppi di simili. Proprio l’adolescenza è il periodo in cui avviene il distacco dalla famiglia e la nascita di nuovi legami con i coetanei che a loro volta rafforzano il distacco dalle figure primarie.

Come difendersi dunque da questo nuovo gioco che sembra fare sempre più vittime?

Verificare cosa fa il proprio figlio quando sembra che sia tutto normale, controllare gli oggetti che usa, i film che guarda e la musica che ascolta e dargli attenzione e affetto più del solito.

Fare in modo, anche se vi sono i normali contrasti tra genitori e figli, tipici di questo periodo della crescita, di essere più che mai alleati a loro, in modo da depotenziare l’eventuale legame con figure negative o addirittura mortifere come i curatori di Blue whale.


La Forza della Mente

Quando la paura di non riuscire porta al fallimento

di Marica Malagutti


Quante volte ci capita i sentirci insicuri prima di fare o di dire qualcosa, oppure ci nascondiamo dietro ad una domanda come “ma ne vale veramente la pena di…”? In questo modo ci ritiriamo, prima ancora di esprimerci, pensando che sia la cosa migliore, senza sapere invece che è la paura che ci blocca.

Quando pensiamo alla paura, normalmente immaginiamo una persona che fugge da un pericolo o si difende, quindi si muove, fa qualcosa per mettersi in un qualche modo al sicuro, ma la paura ha anche il potere di immobilizzare le nostre azioni e, soprattutto quei pensieri che portano al compimento della stessa azione e quindi anche di un progetto.

Quali possono essere alcune delle cause di questo blocco che favorisce il fallimento di quello che facciamo?

In questo caso la bassa autostima può incidere sul nostro comportamento, facendoci evitare situazioni in cui pensiamo di non riuscire. Magari nella nostra storia personale vi sono state persone importanti per noi che ci hanno svalutato, preso in giro o magari solo non incoraggiato di fronte ai nostri primi ostacoli. In aggiunta la crisi economico-sociale di questi ultimi anni ha rinfrancato il fatto che sia difficile trovare lavoro anche se abbiamo studiato o che sia azzardato formare una famiglia e realizzarsi sentimentalmente perchè non ci sono soldi per mandare avanti una casa e crescere i figli.

La paura di non riuscire è diventata quindi molto frequente e cresce sempre più immobilizzandoci e autoboicottandoci. In questo ultimo caso si attuano strategie per realizzare quello che vogliamo, ma contemporaneamente si fanno cose che distruggono quello che abbiamo affannosamente costruito.

Come superare questo grave impasse? Un primo suggerimento è cominciare a pensare che il fallimento è inevitabile. Le persone di maggiore successo hanno vissuto uno o più fallimenti. Il segreto è il valore che scegliamo di dare al nostro insuccesso. Se cerchiamo di imparare qualcosa da ciò che non è andato come pensavamo abbiamo già guadagnato qualcosa e possiamo cambiare i nostri pensieri, le nostre strategie e le nostre azioni.

La cosa più importante è fissare degli obiettivi, verificare se questi possano essere realizzabili, altrimenti ridimensionare ciò che vogliamo fare e creare dei piccoli step finalizzati al nostro scopo.

Altra cosa fondamentale è cercare di evitare pensieri negativi, prima sostituendoli con altri positivi, poi cercando di concentrarci su quello che dobbiamo fare e che è stato precedentemente progettato e meditato, perché pensare troppo ritarda l’azione e quindi la realizzazione.

Oggigiorno la psicologia più che mai oltre ad analizzare le problematiche di chi chiede aiuto dovrebbe sostenere le persone nelle loro difficoltà aiutandole a superare blocchi dovuti a difficoltà interne all’individuo ed esterne e quindi appartenenti all’ambiente circostante.

Molte discipline recenti e alla moda sono dedite al miglioramento delle prestazioni delle persone, ma se non analizzano gli elementi profondi della personalità e non si attendono i tempi del proprio cliente il fallimento in questo caso fa parte della tecnica stessa di aiuto.

In questo senso è bene porre attenzione a tutti quei sistemi informatici e a quei tecnici che promettono il successo personale o economico, senza tuttavia avere basi scientifiche, psicologiche e sociali per dare il proprio aiuto.



Voce ai Diritti

I servizi sociali strappano il bambino ad un papà. 

di Marica Malagutti


Straziante è il video che da qualche giorno il CCDU, Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani ha messo in rete a sostegno di un padre di Gallura che sta lottando per riavere suo figlio. (le immagini sono forti, avvertiamo i lettori)

Cinque minuti di urla di un bambino che implora piangendo e ansimando di rimanere con il suo papà.


Non è possibile, nel 2017, che un minore possa vivere un trauma del genere, portato via di peso con la forza come se avesse fatto qualcosa di male. Ma lui non è colpevole.

È solo la vittima di una separazione conflittuale o meglio di una situazione che sarebbe dovuta andare diversamente.

Il filmato inizia con le terribili urla di Elia (nome di fantasia). Il motivo dell’allontanamento? Pare che qualche professionista abbia scritto «contaminazione e condizionamento del pensiero del piccolo da alienazione genitoriale con sentimenti di rifiuto, rabbia, aggressività verso la figura materna…».

Queste poche parole sono tratte dalla relazione peritale che ha contribuito a formulare la decisione del Giudice riguardo al futuro di Elia.

Le domande sorgono spontanee: Si poteva evitare ad Elia, come a tanti altri bambini questo trauma? L’allontanamento è davvero l’unico strumento in caso di alienazione genitoriale? E infine l’alienazione è davvero provabile?

Non è possibile dare una risposta univoca a queste tre questioni, ma senz’altro anche se si facesse l’ipotesi che un genitore fosse alienante, il bambino certamente non è una tabula rasa, bensì un essere vivente con una sua volontà e personalità anche se in via di formazione che vanno protette, ma soprattutto rispettate. Invece di allontanare il minore si potrebbe sostenere il genitore alienato a ritrovare la strada che lo possa avvicinare al figlio e allo stesso tempo aiutare il genitore alienante a lasciare più spazio all’altro.

Come è possibile che se sono gli adulti ad essere reputati incompetenti, siano i figli a pagare? Inoltre quali sono le evidenze scientifiche che provano che gli allontanamenti familiari creino migliori genitori e figli?

La mancanza di risposte a tutte queste domande lascia uno spazio di azione senza regole definite ampliando la potenza dei giudizi e diminuendo la certezza che una data decisione possa essere davvero la cosa migliore per il minore e la sua famiglia.

Il video finisce con il piccolo Elia che viene preso con la forza, lancia un ultimo urlo straziante: “papà mi cercherai!” e la porta dell’auto del Servizio Sociale viene di colpo chiusa dando inizio ad un silenzio cupo e doloroso.

La crescita dell’individuo, soprattutto nell’infanzia, ha bisogno di sicurezza, di ritmi temporali, di luoghi familiari, di odori conosciuti e di persone amate come riferimento.

Con gli allontanamenti per alienazione genitoriale, tutto questo all’improvviso scompare, gettando il minore in un caos emotivo estremamente pericoloso che inizia con il trauma della separazione. Da ricerche scientifiche emerge come la deprivazione da istituzionalizzazione sia riconosciuta come specifica condizione di rischio evolutivo nell’elenco dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in rapporto alla relazione di attaccamento.

Infine l’Articolo 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo e l’adolescente recita: “Ogni bambino ha il diritto di esprimere la propria opinione e lo Stato deve garantire che tale opinione venga presa in considerazione dagli adulti”.

Ripensando alle grida strazianti del video, anche se durante la perizia vi è stata l’audizione del piccolo Elia, evidentemente il vero ascolto non è stato davvero fatto.

Per vedere il video vedi La Voce del Trentino



Voce ai Diritti

Stranieri per caso: in Trentino da 18 anni ma per colpa della burocrazia rischia l’espulsione.

di Marica Malagutti

In passato il popolo italiano per sopravvivere è fuggito all’estero e ha vissuto proprio quello che gli immigrati oggi vivono qui nel nostro paese.

Come ha scritto Gian Antonio Stella gli italiani si sono dimenticati del passato e non sopportano l’immigrazione.

Ma quali sono le ragioni di questa insofferenza?

Abbiamo provato a spiegarlo attraverso una piccola inchiesta dove toccheremo diversi aspetti del processo di migrazione e in questo primo articolo viene approfondito il tema dei giovani stranieri, vale a dire la seconda generazione, nata dalle persone che sono partite, o meglio dovute scappare dal proprio paese per cercare di sopravvivere in un posto lontano dove non si capisce nulla e non si conosce nessuno.

Prossimamente verranno analizzate le motivazioni dell’immigrazione nel nostro paese, ma anche dell’emigrazione italiana verso paesi più ricchi.

Infine scopriremo come vengono gestite le risorse del nostro territorio per affrontare i flussi migratori e che senso ha l’integrazione, tra rifiuto dello straniero, e perdita delle proprie tradizioni.

La storia che abbiamo raccolto porta alla luce come in Italia vi siano due pesi e due misure, e soprattutto il perché la burocrazia abbia due velocità. Ed è così che emergono le contraddizioni e le incongruenze di un paese che non è in grado di gestire nessun flusso migratorio, anzi, nel nostro caso nemmeno l’accoglienza di chi nel nostro paese vive da 18 anni.

Aveva solo 6 mesi quando è arrivata qui, in Trentino, con mamma e papà viaggiando su un barcone in condizioni disumane. La guerra aveva distrutto tutto, anche la loro casa e sono dovuti fuggire in un paese in cui non sapevano neanche come pronunciare “ho fame”

Il papà per fortuna trova lavoro e per diversi anni sembrava andare tutto bene, poi un giorno l’azienda fallisce, nascono problemi familiari e l’unica soluzione delle istituzioni è quella del collocamento in comunità di Fiorella (nome di fantasia) e dei suoi fratelli minori nati nel nostro paese. Fiorella ora ha 18 anni.

Fiorella poi scappa e torna proprio da quei genitori ritenuti non idonei, ma che continuavano ad amare ed essere cercati dai loro bambini.

Per Fiorella diventa difficile andare a scuola, avere una vita serena, pensa infatti sempre ai fratellini che non può rivedere.

La ragazzina comunque viene seguita ufficialmente da una tutrice e dall’assistente sociale, ma questo purtroppo non è sufficiente a garantirle una realizzazione personale.

Fiorella nonostante le sue difficoltà emotive riesce a raggiungere il diploma di terza media ed ora dovrebbe continuare sia a studiare che a lavorare. Anzi ha già una proposta di lavoro, ma forse non può accettarla.

Non può cogliere questa occasione perché quando questo incubo sembra avere una via d’uscita la porta si chiude ancora.

Nonostante le sollecitazioni di Fiorella ai servizi competenti il suo passaporto non è stato rinnovato e la sua tessera sanitaria è scaduta da ben due anni costringendo i suoi genitori a pagare le visite come se fossero turisti “fai da te”

Ora per la ragazza potrebbero aprirsi degli scenari poco piacevoli. Per rimanere in Italia che cosa deve fare a causa di questi errori? Un permesso di soggiorno per ricerca lavorativa o turismo con magari scadenza semestrale?

La direttiva del Ministro dell’Interno del 28 Marzo 2008 dispone che: “..al compimento della maggiore età, il figlio ha diritto al rinnovo del permesso di soggiorno per motivi familiari per la stessa durata di quello del genitore e purché siano comunque soddisfatte le condizioni di reddito e di alloggio previste per il ricongiungimento familiare. Il genitore deve, cioè, essere in possesso di un alloggio idoneo certificato dal Comune o dalla ASL, e di un reddito congruo in proporzione al numero delle persone conviventi e iscritte nello stato di famiglia (es. il doppio dell’assegno sociale per tre persone)..”.

Ma Fiorella è stata affidata ai Servizi Sociali, si può parlare ancora di rinnovo per motivi familiari o quale può essere il destino di questa giovane adulta?

Se per il caso di un semplice rinnovo di documenti i servizi riescono a maturare anche 24 mesi di ritardo facendo rischiare ad una ragazza l’espulsione, nonostante le sue sollecitazioni, come si può pensare che le istituzioni riescano a gestire in modo consono il flusso migratorio presente in Italia?

Dopo aver sentito questa storia occorre fare alcune riflessioni in merito al comportamento spesso contraddittorio e incongruente di alcune istituzioni. A questa ragazza ad oggi non viene garantito, per colpa di una mastodontica burocrazia, un sacro santo diritto che ha maturato in 18 anni di residenza in Italia, e dopo il raggiungimento del diploma e l’entusiasmo di voler continuare la propria vita proprio nel luogo dove ha maturato le sue relazioni affettive.

L’incredibile contraddittorio è nel fatto che invece i migranti appena arrivati in Trentino, che entrano nei progetti di accoglienza, invece ricevono vitto, alloggio, spese sanitarie gratuite e tutti i possibili benefit che paga il contribuente, ma anche e soprattutto soldi europei elargiti all’Italia per gestire i flussi migratori.

Ma non solo. In questo periodo si sta parlando anche di «regalare» la residenza ai richiedenti asilo subito dopo gli sbarchi.

I fondi economici vengono utilizzati in modo sicuramente non congruo o in modo alternativo alla realizzazione dei problemi reali e concreti creando un malcontento generale e addirittura in molti casi provocando rabbia che si trasforma in razzismo.

Non è colpa di chi scappa dalla guerra, siamo scappati anche noi, ma di chi gestisce questo esodo epocale che probabilmente continuerà per i prossimi vent’anni e di chi riesce a lucrare da questi continui drammi creando business di milioni di euro.

Poche persone, insomma, che guadagnano a scapito di molte a cui rimangono problemi, umiliazioni, povertà, malessere e disagi quotidiani. 


La Forza della Mente

Terrorismo islamico: la radice del terrore che genera immobilismo

di Marica Malagutti


l 22 maggio, a Manchester, alla fine del concerto di Ariana Grande, evento atteso soprattutto dai giovani, si sono contati 22 morti e 59 feriti.

Dalla cronaca emerge che l’ordigno sia esploso alle 22,30 (23,30 in Italia) proprio alla fine dello spettacolo, quando forse l’attenzione della sicurezza cominciava già a scemare.

In questa tragica occasione colpisce la giovane età delle vittime e come spesso accade in questo periodo storico, il fatto che gli attentati siano organizzati in luoghi affollati, come piazze, arene, in posti di transito come gli aeroporti, ma anche nei centri di affari internazionali come le Torri Gemelle.

Quando le persone si rilassano o devono muoversi, vale a dire, in quei momenti in cui l’attenzione è direzionata al momento contingente, l’attentatore può agire più facilmente.

È proprio l’imprevedibilità la forza di questa guerra dalla quale è difficile difendersi, perché è quasi impossibile ipotizzare un tempo e un luogo. Siamo di fronte quindi alla radice del terrore che crea una sottile e profonda immobilità, provocata da un potere ancora non ben conosciuto, che da una parte induce persone a suicidarsi per realizzare l’attentato e dall’altra uccide e ferisce in mezzo alle folle per creare terrore ed avere di conseguenza sempre più potere.

Purtroppo morti senza giustificazione umana sono presenti da sempre in troppi luoghi della nostra Madre Terra.

Ma partendo dall’ultimo attentato di Manchester, a livello psicologico, è importante porsi due domande.

Che caratteristiche ha il terrorista e che cosa succede a livello emotivo alle persone sopravvissute e in generale ad ognuno di noi in seguito alle notizie degli attentati.

Gli studiosi di terrorismo sia degli USA che dell’Unione Europea cercano di affinare tecniche per individuare i terroristi prima che loro agiscano. In ogni caso è indubbio che chi realizza un attentato riesca ad aggirare i controlli.

Le ipotesi sulle caratteristiche del profilo del terrorista sono diverse.

Alcuni esperti hanno affermato che si tratterebbe di una persona di cultura media o elevata, socialmente integrata. Ma diventa inevitabile pensare che l’organizzazione terroristica sia alquanto complessa e richieda diversi tipi di persone da reclutare, proprio come lo spaccio di droga che, per sussistere ed espandersi, deve avere legami complessi e individui di diversa cultura ed età che agiscano secondo regole interne al sistema criminale.

Gli attentati che dal 2001 ad oggi caratterizzano gli Stati Uniti e l’Europa sembrano essere connotati da un’idealizzazione o meglio strumentalizzazione di pensieri derivati da religioni, ma che di fatto non appartengono in senso profondo a nessun credo, in quanto ogni religione ha messaggi di pace. Quale lotta può essere giusta e in nome di un Dio se uccide e crea terrore?

Alcune teorie sostengono che sia fuorviante affermare che i terroristi siano affetti da psicopatologie in quanto alla base vi sarebbe razionalità e coerenza. Tuttavia il fatto che il terrorista sia un suicida può far pensare all’eventuale esistenza di un malessere psichico o comunque all’ipotesi dell’induzione da parte di altre persone a porre fine alla propria vita.

È importante inoltre sottolineare il concetto di terrorismo inteso come qualsiasi forma di violenza o minaccia attuata allo scopo di creare paura, di terrorizzare ed allarmare la collettività col fine ultimo di procurare cambiamenti nell’assetto sociale o politico di una nazione.

Il terrorista combatte in nome di una libertà non certo condivisa con le vittime proprio come in uno stato di guerra in cui vi è la violazione delle leggi e l’effetto è amplificato rispetto ai i tremendi danni fisici delle stesse vittime, in quanto lo scopo ultimo sembra proprio il diffondersi della paura.

Che cosa succede in una persona o in un gruppo che entra in questo stato di terrore? È possibile riscontrare immobilismo e allo stesso tempo violenza come reazione a quella subita, assistita, letta o ascoltata attraverso i canali di comunicazione. Quindi purtroppo si entra un circuito di impotenza dal quale spesso ci si sposta solo con l’esclusione sociale degli stranieri o nel peggiore dei casi con una risposta violenta.

Entrambe le situazioni possono alimentare a loro volta il terrorismo entrando in un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

La paura che si sta diffondendo ormai ovunque in occidente certo non si supera evitando situazioni che sembrano pericolose perchè questo amplificherebbe la stessa paura. È importante non farsi trascinare dall’ansia, ma porre sempre attenzione nel qui ed ora proprio per aumentare le strategie difensive.

Queste riflessioni portano inevitabilmente a molti argomenti sottostanti agli eventi di cronaca che oggi giorno leggiamo e di cui è importante discutere.



La Forza della Mente

Sigaretta elettronica: fenomeno in aumento, oltre 2.000 in Italia i negozi «Svapo»

di Marica Malagutti


Dai dati facilmente reperibili in rete emerge che nel 2015 il giro di affari della sigaretta elettronica è stato intorno ai 10 miliardi di dollari: il 56% proveniente dagli USA, il 12% dal Regno Unito e il 21% diviso tra Cina, Francia, Germania, Italia e Polonia.

In Italia il numero di vapor (o Svapo) cresce di giorno in giorno, nonostante il divieto di vendita ai minorenni e di utilizzo nelle scuole stabilito oggi dal ministro Lorenzin.

L’Anafe, l’Associazione nazionale fumo elettronico, ha stabilito che i negozi svapo italiani sono circa 2.000, anche se il numero potrebbe essere più alto a causa della grande crescita del franchising in questo settore.

In Trentino sono oltre 20 i negozi specializzati, concentrati a Trento, Lavis, Pergine e basso Trentino. 

Le percentuali di vendita in futuro potrebbero variare anche a causa dell’introduzione di sistemi alternativi di rilascio di nicotina, lanciati dall’industria del tabacco, che scaldano ma non bruciano il tabacco. Infine il mercato è anche caratterizzato dal fatto che si possono acquistare separatamente i componenti base risparmiando rispetto ai flacconi preconfezionati, i quali, se contengono nicotina non possono superare i 20 mg/ml.

Il d.lgs 6/2016 stabilisce che sono vietate pubblicità e vendite on line per le sigarette elettroniche e ricariche di liquido registrate come prodotti correlati del tabacco. Inoltre i prodotti commercializzati devono essere a prova di manomissione, comprese le ricariche per le quali sono previsti specifici requisiti di sicurezza e qualità. Su confezioni unitarie ed eventuale imballaggio esterno dovranno essere presenti l’avvertenza «Prodotto contenente nicotina, sostanza che crea un’elevata dipendenza. Uso sconsigliato ai non fumatori» e la raccomandazione di tenere l’apparecchio fuori dalla portata dei bambini.

Sigarette elettroniche e contenitori, inoltre, non possono essere venduti ai minori e il distributore dovrà eventualmente chiedere all’acquirente un documento d’identità.

Durante il famoso programma “Le iene” viene affermato da Viviani che la sigaretta elettronica fa meno male della sigaretta normale…e chi ha investito denaro ora vede i propri affari crollare …per sospetti di rischi alla salute e non certezze.

Questa riflessione è molto interessante in quanto le leggi come regolamentare la sigaretta elettronica ci sono, basterebbe applicarle. Forse sarebbe interessante modificare i canali di vendita come ad esempio i liquidi con nicotina solo in farmacia e sotto prescrizione medica in quanto vietati ai minori e tutto il resto vendibile anche nei negozi specializzati.

Sarebbe un pò come i prodotti a banco delle farmacie che si trovano anche nei supermercati e quelli con ricetta medica che si trovano solo in farmacia. Lasciare ai venditori dei negozi svapo l’onere di chiedere ai ragazzi la carta d’identità evidentemente non funziona in quanto, anche se magari viene fatto, basta avvicinarsi a qualsiasi tabaccheria, distributore automatico o negozio svapo per vedere che un diciottenne compra e fuori un gruppetto di minorenni che aspetta.

Come superare questo impasse? Senz’altro dirottare prodotti con nicotina solo in farmacia, ma anche il ruolo della famiglia diventa fondamentale, in quanto è bene porre particolare attenzione ai propri figli, conoscere i pro e i contro dell’e-cig.

I genitori devono essere coscienti che non è più come un tempo in cui era facile scoprire se il proprio figlio fumava perché l’odore era inequivocabile. Oggi gli odori sono diversi e possono confondere diminuendo o addirittura eliminando i dubbi dei genitori sull’eventuale utilizzo di nicotina e/o altre sostanze psicoattive particolarmente pericolose.